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Barriere linguistiche a scuola: come trasformarle in risorse per tutti

📅 10 August 2026✍️ di Lorenzo Bastreghi⏱️ 7 min di lettura

Quando Samira entrò in aula per la prima volta, teneva le mani in tasca come per non far scappare le parole. Era arrivata da pochi giorni, terza primaria, un italiano in bilico tra sussurri e silenzi. I compagni la fissavano con un misto di curiosità e impazienza. Io, che in quelle stanze ho passato anni a cercare passaggi segreti tra le lingue, tirai fuori dalla borsa un vecchio gioco di battimani che mi aveva insegnato una nonna al doposcuola del quartiere. Samira lo riconobbe all’istante, lo chiamò per nome nella sua lingua, e in quella sillaba si aprì una finestra: il ritmo delle mani divenne grammatica condivisa. I bambini risero, si cercarono gli sguardi, e la barriera, per un attimo, parve una porta socchiusa.

Cosa intendiamo davvero per barriera linguistica

Chi passa le mattine in classe sa che la barriera linguistica non è solo la difficoltà di tradurre le parole. È un carico emotivo, è la paura di sbagliare davanti agli altri, è la fatica di trovare la rotta tra compiti, tempi e consegne. Le frasi degli adulti arrivano come onde, ma non sempre trovano una riva sicura. Eppure, in quel mare ci sono correnti favorevoli: le competenze che bambini e bambine portano con sé, i codici della loro vita quotidiana, la capacità di muoversi tra suoni e significati diversi.

In molte scuole, quando si pensa all’inclusione linguistica si immaginano tabelle e traduzioni, un po’ come cambiare moneta alla frontiera. Funziona, in parte. Ma c’è di più. Secondo organismi internazionali come UNESCO, il multilinguismo non è un intralcio bensì un motore di creatività, di elasticità cognitiva, di pensiero critico. Se la classe diventa una piccola redazione di mondi, ogni lingua è una notizia in più, ogni espressione è una pista di approfondimento.

Trasformare l’ostacolo in risorsa

La trasformazione comincia sempre da uno sguardo. Ricordo un ragazzo, Yassine, incerto su come chiedere una gomma da cancellare. Invece di fornirgli la parola, lo invitai a disegnare l’oggetto al volo sulla lavagna. La classe accompagnò con proposte, tentativi, gesti. Quando la parola arrivò, era di tutti, non solo sua. La lezione che ne uscì fu chiara: non c’è un’unica strada per nominare il mondo; ce ne sono molte, e ogni volta che le percorriamo allarghiamo la mappa.

Questo sguardo si traduce in scelte didattiche. L’uso di metodologie che intrecciano contenuti disciplinari e lingua, come il CLIL, aiuta a tenere insieme l’apprendimento senza relegare la lingua a un preambolo o a un ostacolo. Le scienze in italiano, con parole-chiave affiancate dalla lingua madre e sostenute da immagini, diventano un’esperienza concreta. La storia, narrata attraverso diari immaginari e oggetti, permette di allacciare il presente con le radici familiari.

Quando una classe accoglie un nuovo alunno o una nuova alunna, l’inaspettato può disorientare. In quei momenti servono strumenti pronti ma flessibili, come un piccolo kit di navigazione. Ho visto insegnanti creare percorsi di ingresso semplici e chiari, con tempi morbidi e obiettivi parziali. Se la classe è alle prese con i primi giorni di inserimento, queste strategie operative per accogliere gli alunni neoarrivati possono fare la differenza, perché riducono l’ansia e valorizzano ciò che già funziona.

Strumenti quotidiani che cambiano l’aria

Non servono effetti speciali per trasformare il clima linguistico: bastano routine ben scandite e spazi in cui la comunicazione non passi solo dalle parole. Il cartellone delle consegne con pittogrammi, il glossario visivo che cresce settimana dopo settimana, la mappa della classe dove ogni isola è una lingua e ogni ponte uno scambio, la lettura ad alta voce che mescola testi brevi e immagini d’autore. Gli studenti, quando vedono il proprio idioma scritto sul muro accanto all’italiano, si raddrizzano sulla sedia. È una forma di cittadinanza simbolica che pesa più di quanto si immagini.

Al doposcuola, negli anni, ho imparato che i giochi tradizionali sono maestri discreti. Il gioco di battimani con Samira si è trasformato in un laboratorio di ritmo e pronuncia, una palestra in cui la fonetica sorride. Il tutoraggio tra pari, con coppie che cambiano ogni due settimane, evita l’etichetta dell’alunno “che aiuta sempre” e rende tutti responsabili. Una radio di classe, anche solo con registrazioni sul tablet, dà voce alle storie del quartiere: interviste immaginarie ai nonni, ricette raccontate e illustrate, nomi di strade tradotti e spiegati. La lingua, così, percorre la città e torna in aula più ricca.

E poi c’è la dimensione relazionale, il vero banco di prova. Quando un conflitto nasce da una parola fraintesa o da un gesto che ha significati diversi in culture diverse, fermarsi e “tradurre” il gesto è un atto di cura. Per lavorare sulle relazioni, ho trovato efficace un percorso di classe pensato per coltivare empatia e rispetto delle differenze, che porta gli studenti a mettersi nei panni dell’altro senza sconti, ma con leggerezza.

Il patto con le famiglie e il quartiere

Un giorno arrivò la madre di un bambino appena iscritto. Non parlava italiano, ma stringeva una cartellina perfettamente ordinata con vaccinazioni e pagelle. Cercava un varco. Le mostrai la biblioteca di istituto, le spiegai il funzionamento del registro elettronico con frasi lente e gesti ampi, ma soprattutto la invitai a raccontarci una storia del suo paese per la giornata dei libri. Venne, un mese dopo, e quel racconto mise in moto una catena: altri genitori portarono parole, filastrocche, piccoli dizionari casalinghi. La scuola, che spesso si sente isola, scoprì di essere porto.

La mediazione culturale non è un servizio accessorio, ma un tessuto connettivo. Quando posso, chiedo agli enti del quartiere di collaborare: associazioni, biblioteche, ludoteche, gruppi sportivi. Lo sport dà al linguaggio un corpo, la biblioteca allena all’ascolto, il cortile insegna le intonazioni della convivenza. E un semplice calendario condiviso, con feste e ricorrenze delle diverse comunità, riduce incomprensioni e crea occasioni di racconto.

Valutare senza escludere

Arriva sempre il momento della verifica, e lì il rischio è grande: misurare solo ciò che si sa dire, non ciò che si è capito. Io propongo prove scalabili, in cui la consegna ha più porte d’ingresso. Il disegno con didascalie, la scelta tra due tracce, la possibilità di usare un glossario personale costruito durante le settimane. Il punteggio si accompagna a un feedback narrato, breve ma chiaro, perché le parole dell’adulto sono anch’esse materia di apprendimento.

Il portfolio delle evidenze, che raccoglie testi, audio, foto, è una lente più giusta della fotografia in posa. Mostra progressi minimi ma cruciali: una preposizione usata al momento giusto, una domanda formulata senza paura, la firma sotto un cartellone scritto in due alfabeti. La valutazione, in questo senso, non è il timbro finale, ma una bussola che si ricalibra cammin facendo.

Una cultura di scuola che dà diritto alla parola

Dietro i singoli gesti serve una cornice condivisa. Il collegio docenti che si scambia materiali e protocolli, il consiglio di classe che si ferma sui casi con uno sguardo di lungo periodo, il curricolo che prevede momenti di traduzione culturale esplicita. La lingua non è proprietà della sola aula di italiano: attraversa matematica, scienze, arte, motoria. Quando ogni docente se ne fa carico con semplicità, l’alunno che fatica non si sente più “in difetto”, ma “in cammino”.

È utile avere pochi obiettivi chiari. Un cartellone plurilingue per classe, una routine di inizio giornata che nomini le emozioni, un progetto annuale che valorizzi i patrimoni linguistici. E poi il coraggio del tempo: lasciare qualche minuto per far cercare una parola nella lingua di casa e poi tradurla insieme; permettere che una spiegazione nasca da un oggetto portato da lontano; chiedere ai bambini di fare da reporter delle parole nuove incontrate in cortile.

Quando ripenso a Samira e al suo passo titubante, mi accorgo che la svolta è arrivata non nel giorno in cui ha superato un test, ma in quello in cui ha corretto con dolcezza un mio accento su un nome proprio. Lì la classe ha capito che la competenza non è una sola direzione. Quel giorno abbiamo disegnato una mappa con due frecce opposte e la scritta “andata e ritorno”. Da allora, ogni volta che un alunno porta una parola da casa e la lascia sul banco come si lascia un frutto maturo, la assaggiamo insieme. Scopriamo che il nocciolo è lo stesso: il desiderio di dire, di farsi capire, di appartenere. Le barriere, a guardarle bene, sono ponti visti di lato. Basta cambiare angolazione, come quel gioco di battimani: mani che si cercano, ritmo che si aggiusta, e la lingua finalmente balla con tutti.

Lorenzo Bastreghi

Lorenzo ha gestito per oltre dieci anni un doposcuola in un centro di quartiere, seguendo bambini con difficoltà di apprendimento. Ex mediatore culturale, utilizza storie e giochi tradizionali per avvicinare studenti di differenti origini. Ama condividere aneddoti sulle sfide e i successi vissuti tra i banchi.