HomeInclusione › DSA e autostima in classe: il segnale precoce che i docenti faticano a cogliere
Inclusione

DSA e autostima in classe: il segnale precoce che i docenti faticano a cogliere

📅 17 Agosto 2026✍️ di Gianluca Faroldi⏱️ 3 min di lettura

L’autostima dei bambini con DSA è fragile e vulnerabile. Quando la scuola non riconosce i segnali di cedimento, il danno psicologico cresce in silenzio. Gli insegnanti spesso confondono il disagio con la pigrizia, perdendo l’occasione di intervenire quando il recupero è ancora possibile.

Il segnale invisibile che sfugge agli insegnanti

Un ragazzo con disturbi specifici dell’apprendimento può apparire completamente sereno in classe. Sorride, alza la mano, partecipa alle lezioni. Ma dentro sta vivendo una battaglia quotidiana contro la frustrazione. Quando il divario tra lo sforzo impiegato e i risultati ottenuti diventa incolmabile, l’autostima inizia a erosionarsi.

Il segnale precoce è quasi invisibile: una leggera ritrazione nelle attività di gruppo, una tendenza a evitare la lettura ad alta voce, il rifiuto di consegnare i compiti scritti. Non sono comportamenti di disturbo, ma spie di una sofferenza che gli adulti interpretano male.

Ricordo mio nipote durante i compiti a casa. Alle elementari leggeva con difficoltà e scriveva lentamente. Quando gli chiedevo di leggere una storia, il suo corpo si irrigidiva. Non era pigrizia. Era paura di fallire davanti a qualcuno che amava.

Quando i docenti attribuiscono il disagio alla pigrizia

La responsabilità più grande ricade sulla formazione dei docenti. Molti insegnanti non hanno strumenti per distinguere tra un disturbo dell’apprendimento e una semplice demotivazione. Il risultato è una diagnosi sbagliata che aggrava tutto.

Un bambino che legge lentamente non è pigro. Un ragazzo che non finisce i compiti in tempo non manca di impegno. Un bambino che evita la scrittura non è svogliato. Sono tutti segnali di una fatica cognitiva reale, certificata dalla ricerca neuroscientifica.

Quando l’insegnante comunica ai genitori “tuo figlio potrebbe fare di più se si impegnasse di più”, innesca un circolo vizioso. Il genitore a casa aumenta la pressione. Il bambino sente di non essere all’altezza. L’autostima crolla.

La finestra temporale critica: quando ancora si può fare qualcosa

Gli anni della primaria sono cruciali. Tra i 6 e i 10 anni, un intervento tempestivo può cambiare la traiettoria. Se il bambino riceve il supporto giusto in questo periodo, sviluppa strategie di compensazione, mantiene la fiducia in se stesso e costruisce una resilienza che lo accompagnerà per tutta la vita.

Invece, quando il segnale non viene colto, quando nessuno spiega al bambino che il suo cervello elabora le informazioni diversamente (non peggio, diversamente), la sofferenza aumenta. Alle medie il danno psicologico è già strutturato. L’autostima è compromessa e perfino un intervento eccellente fatica a recuperare il terreno perso.

La tecnologia oggi offre strumenti concreti per supportare bambini con DSA, ma nessuno strumento funziona senza una comunità scolastica consapevole.

Il ruolo della comunicazione precoce con le famiglie

Gli insegnanti devono osservare, non giudicare. Devono comunicare ai genitori non “tuo figlio non si impegna”, ma “ho notato che tuo figlio fatica con la fluenza di lettura, facciamo un percorso di valutazione”. Questa è la differenza tra accusare e prendersi cura.

I genitori, dal canto loro, devono ascoltare gli insegnanti senza difese. Se un professionista esperto segnala difficoltà specifiche, meritano attenzione. Una certificazione DSA non è una sentenza, è uno strumento. Permette al bambino di accedere a misure compensative e a una didattica personalizzata.

La sfida non è riconoscere il disturbo. La sfida è farlo prima che il bambino inizi a credersi stupido.

Gianluca Faroldi

Gianluca ha una lunga esperienza come educatore in comunità per minori, dove ha seguito progetti di sostegno allo studio e all’inclusione sociale. Da nonno, arricchisce i suoi articoli con episodi autentici di crescita intergenerazionale e momenti vissuti con i nipoti durante i compiti.