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Come riconoscere lo stile di apprendimento predominante: il test da fare a casa

📅 22 Agosto 2026✍️ di Lorenzo Bastreghi⏱️ 7 min di lettura

La sera in cui Yara mi mostrò il suo quaderno di scienze, il tavolo del doposcuola sembrava un mercato: fogli colorati, un righello storto, una matita morsicata. Doveva ricordare le fasi del ciclo dell’acqua, ma ogni volta che provava a ripeterle, le parole le scivolavano via come gocce sul vetro. Le dissi: chiudi gli occhi. Poi le raccontai una piccola storia, un ruscello che diventava nuvola, una nuvola che si faceva pioggia e tornava fiume. Quando aprì gli occhi, aveva la sequenza in testa. Il giorno dopo, però, con suo fratello non funzionò affatto: lui, finché non disegnò una grande freccia azzurra sulla carta da pacchi, non fissò i passaggi. Quella sera capii ancora una volta che il modo di imparare si assomiglia a una porta: ciascuno la apre con una chiave diversa.

Perché vale la pena scoprire la preferenza di apprendimento

Non è una gara per appiccicare un’etichetta, né una formula magica. È piuttosto una lente, utile in famiglia per capire come far circolare meglio il sapere dentro casa. Ho visto bambini che si accendono con una storia ben raccontata, altri che hanno bisogno di una griglia da riempire, altri ancora che, se non toccano, se non costruiscono, restano sulla soglia. Sapere quale strada è più percorribile in questo momento significa risparmiare frustrazioni e trasformare lo studio in un’esperienza più stabile e… sopportabile per tutti.

Quando parlo con i genitori, chiarisco sempre che non stiamo scegliendo un’etichetta a vita. Le preferenze cambiano con l’età, con le materie, con l’umore. Tuttavia riconoscere i segnali principali aiuta a scegliere la strategia giusta. Se volete orientarvi sulle differenze pratiche tra approcci visivi e uditivi, esistono risorse chiare che spiegano come la stessa informazione possa essere proposta in modi differenti, senza sovraccaricare il bambino.

Il test da fare a casa: tre piccole prove

Prima di iniziare, scegliete un pomeriggio tranquillo. Niente cronometro, niente giudizi. L’idea è osservare come vostro figlio si avvicina al compito, non quanto sia veloce o “bravo”. Io preparo sempre un angolo comodo, un bicchiere d’acqua, qualche matita e un oggetto da maneggiare, come una molletta o un cubo di legno.

La prima prova è una piccola storia con supporto variabile. Se vostro figlio ama i racconti, narrategli per due minuti un fatto semplice: l’itinerario per andare al parco, ad esempio, con due o tre punti di svolta. Ripetetelo una volta. Poi chiedetegli di ridire a modo suo. Dopo, rifate la stessa scena ma disegnando una mappa molto schematica su un foglio, come una freccia che gira a destra, un cerchio per la piazza, una X per l’altalena. Chiedetegli di spiegare l’itinerario partendo dalla mappa. Non importa quale riesca meglio: conta scorgere se con le immagini la memoria si fa più limpida o se la voce resta la via principale.

La seconda prova gioca con il ritmo. Preparategli una filastrocca, anche inventata, con una cadenza un po’ marcata. Recitatela due volte, poi invitatelo a ripeterla. Quindi battete un semplice ritmo con le mani o con un cucchiaio sul tavolo, brevi e lunghi alternati, e chiedetegli di riprodurlo. Alcuni bambini fissano meglio i passaggi quando la parola scorre come una canzone. Altri non ricordano i versi ma imitano il ritmo con una naturalezza disarmante: in quel caso, integrare il movimento sonoro nello studio può fare la differenza.

La terza prova chiama in causa le mani. Date un piccolo compito che coinvolga il corpo: montare due pezzi di un vecchio gioco, riordinare tre oggetti in una sequenza logica, piegare una maglietta seguendo due passaggi precisi mentre li spiegate. Osservate se, mentre ascolta, ha bisogno di toccare, sistemare, ruotare. I bambini che “capiscono facendo” spesso sembrano inquieti quando restano immobili, ma se metti nelle loro mani la mappa del problema, si calmano e avanzano.

Cosa osservare e come leggere i risultati

In ogni prova, annotate due o tre impressioni: lo sguardo corre al foglio o alla vostra bocca? Il corpo si muove senza disturbare, come se cercasse un ritmo? Dopo un minuto, ricorda la sequenza meglio quando è sostenuta da un disegno o da una rima? Non cercate la perfezione, cercate uno schema che ritorna. Di solito emergono due preferenze che si alternano, con una che prevale nelle giornate di stanchezza.

Una volta individuata la porta più comoda, potete costruire attorno ad essa una stanza d’apprendimento più ospitale. Mappe scarne, colori due non dieci, parole chiave sottolineate per chi ha bisogno di vedere. Brevi registrazioni vocali e spiegazioni raccontate per chi ascolta meglio. Oggetti, gesti, posture, piccole pause in piedi per chi apprende muovendosi. Non si tratta di scegliere un unico binario ma di creare incastri. Esplorare percorsi didattici multisensoriali che sostengono lo sviluppo globale può aiutare a mescolare le carte, così che nessun senso resti escluso e ogni contenuto trovi la sua finestra.

Ricordate che il cervello dei bambini è un artigiano paziente e curioso. I percorsi preferiti di oggi non sono gabbie, sono sentieri battuti che, ripercorsi con varietà, si allargano. È il bello della Neuroplasticità: con pratica e stimoli su misura, le reti neurali si rinforzano e si parlano meglio.

Adattare lo studio: trucchi di bottega

Quando seguivo una classe di bambini arrivati da paesi diversi, scoprivo spesso che un proverbio del loro luogo d’origine apriva porte che una definizione scolastica lasciava chiuse. Con i visivi, trasformavo il proverbio in un disegno semplice: un sole che nasce, una strada che si biforca. Con chi ascoltava meglio, intrecciavo la spiegazione a una micro-storia. Con i bambini che avevano bisogno di mani e corpo, costruivamo la scena con tappi, fili di lana, sassolini. L’informazione diventava oggetto e l’oggetto diventava ponte.

A casa potete fare lo stesso. Una definizione di geografia può diventare una piccola mappa mentale, due colori per cause e conseguenze. Una poesia difficile può essere registrata con la vostra voce, segmentata in tre parti e riascoltata mentre si cammina lentamente in corridoio. Le tabelline possono salire i gradini di casa, una salita per ogni numero. Per i più grandi, una presentazione essenziale con immagini libere dalle parole pesanti può alleggerire lo studio serale. L’importante è che lo strumento sia fedele alla persona, non alla moda del momento.

Nel mio doposcuola, quando un bambino si perdeva, gli chiedevo di “rimettere in scena” la lezione con materiali poveri: tappini, fogli, pezzi di spago. Sorprendentemente, il nodo del problema spesso veniva fuori proprio mentre sistemava gli oggetti sulla tavola. Aveva bisogno di vedere la relazione tra le parti e di toccarla. A volte bastava spostare un tappo per accendere l’intuizione.

Quando chiedere aiuto e come coinvolgere la scuola

È giusto anche dire quando il gioco in casa non basta. Se, nonostante gli adattamenti, la lettura resta faticosa in modo marcato, se la scrittura si riempie di inversioni e omissioni persistenti, se la memoria di brevi sequenze sembra sempre scivolare, può essere utile confrontarsi con gli insegnanti e con uno specialista. Parole come Dislessia non devono spaventare: riconoscere una difficoltà specifica consente di trovare strategie e tutele adeguate, e spesso restituisce serenità a tutta la famiglia.

La scuola è un’alleata naturale. Portate agli insegnanti le vostre osservazioni, non come verdetti ma come ipotesi di lavoro. Raccontate, per esempio, che vostro figlio ha fissato meglio una procedura quando ha potuto disegnarla o sentirla recitata. In classe, l’uso di schemi essenziali, esempi narrati e brevi momenti di rielaborazione pratica permette a più studenti di entrare nel compito da porte diverse. E quando la casa e la scuola si parlano, il bambino sente che attorno a lui c’è una squadra.

Ricordo la volta in cui, per spiegare la fotosintesi, decidemmo con la maestra di far “recitare” ai bambini il ruolo di foglia, radice, anidride carbonica e sole. Due settimane dopo, un bimbo che di solito stava in silenzio alzò la mano e disse: “Io sono la radice, prendo l’acqua dal terreno e la mando su.” Aveva memorizzato la parte con il corpo. Quella frase mi accompagna ancora: le parole migliori sono quelle che trovi nel gesto giusto.

Se tornassi alla scena iniziale, a Yara offrirei lo stesso percorso: prima la storia, poi il disegno, infine il gesto con cui la storia e il disegno diventano azione. Le tre prove in casa servono proprio a questo, a capire quale serratura gira con meno sforzo. E quando la chiave scatta, il suono che si sente è liberatorio: è l’apprendimento che finalmente entra, senza forzare la porta.

Lorenzo Bastreghi

Lorenzo ha gestito per oltre dieci anni un doposcuola in un centro di quartiere, seguendo bambini con difficoltà di apprendimento. Ex mediatore culturale, utilizza storie e giochi tradizionali per avvicinare studenti di differenti origini. Ama condividere aneddoti sulle sfide e i successi vissuti tra i banchi.