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Figlio che non vuole più andare a scuola: quando è bullismo e non stanchezza

📅 18 Agosto 2026✍️ di Valentina Rossetti⏱️ 5 min di lettura

Quando un bambino smette di voler andare a scuola, molti genitori pensano alla stanchezza o a una fase passeggera. Dal mio tavolo di lavoro – otto anni da coordinatrice in una grande biblioteca civica, quotidianamente a contatto con classi e famiglie – ho imparato che dietro quel “non voglio” può nascondersi ben altro. Capire se è bullismo e non semplice fatica è una priorità: prima si interviene, più rapida e pulita sarà la ripresa.

Stanchezza o bullismo? Le differenze che ho visto sul campo

La stanchezza ha un andamento prevedibile: cresce a fine settimana, si attenua dopo il riposo, non lascia tracce evidenti sul piano emotivo. Il bullismo, invece, ha un’ombra lunga. Me ne sono accorta di recente con Diego, 9 anni: la mamma mi ha scritto perché ogni mattina lui “stava male”. Non solo il lunedì, ma anche il giovedì e il venerdì, con mal di pancia e spalle contratte. A ricreazione si nascondeva in bagno, i quaderni avevano pagine strappate, e improvvisamente nessuno lo cercava più per studiare insieme.

Nel bullismo il rifiuto scolastico è spesso accompagnato da segnali fisici e sociali: oggetti rovinati o mancanti, cambi di umore repentini, ansia serale, incubi. E c’è un dettaglio che noto spesso: durante i ponti e le vacanze il bambino “rinasce” e poi ricrolla alla ripresa delle lezioni. È il contesto a fare paura, non la fatica di imparare.

Segnali concreti da osservare a casa e in classe

Chi subisce prepotenze raramente racconta tutto, soprattutto in primaria. Per questo chiedo ai genitori di guardare anche l’ovvio: magliette macchiate in modo anomalo, astucci svuotati, bigliettini trovati nello zaino, richieste insistenti di essere accompagnati fino all’aula, ritiro dalle attività pomeridiane che prima piacevano.

Un altro indicatore è la “mappa della classe” che il bambino traccia quando gli chiedete con chi siede, chi chiama a ricreazione, con chi gioca in cortile. Nei casi di bullismo la mappa si restringe, fino a un punto: “Sto da solo”. Se poi compaiono prese in giro su gruppi chat o sul registro elettronico, siamo già nel territorio del Cyberbullismo. In questa fase è utile avere uno schema dei comportamenti da non normalizzare e da segnalare subito: su questo tema, può aiutare riconoscere subito i campanelli d’allarme per non confondere “ragazzate” con aggressioni sistematiche.

Una nota pratica: negli incontri in biblioteca scopro spesso che i bambini vittime di prepotenze cambiano postura. Spalle chiuse, sguardo a terra, movimenti rapidi per consegnare il materiale e allontanarsi. Non è timidezza, è autodifesa.

Cosa fare nelle prime 72 ore

Quando il sospetto di bullismo è fondato, il tempo conta. Agire con calma, ma subito, è la migliore garanzia per vostro figlio. Ecco una traccia operativa che consiglio alle famiglie che seguo:

  • Proteggete la routine serale: niente interrogatori a tavola. Un momento morbido (doccia, tisana, lettura condivisa) facilita il racconto. Da educatrice appassionata di libri per l’infanzia, propongo storie brevi in cui i personaggi chiedono aiuto: aiuta il bambino a trovare parole proprie.
  • Annotate fatti e date: chi, dove, quando, come. Bastano poche righe ogni giorno. Questo diario vi servirà nel colloquio con la scuola e, se necessario, con lo psicologo.
  • Controllate con vostro figlio i messaggi sul telefono o il tablet, se ne ha uno. Spiegategli perché lo fate e chiedete consenso. Se emergono insulti o minacce, salvate le prove. Ricordate che il Garante per la protezione dei dati personali tutela i minori: niente condivisioni improvvisate in chat dei genitori.
  • Scrivete alla docente prevalente e al referente antibullismo chiedendo un incontro entro pochi giorni. Usate toni fatti, non accuse. Chiedete che l’osservazione in classe inizi subito, compresa la ricreazione e gli spazi di transito.
  • Parlate con il pediatra: mal di pancia e nausea possono essere la punta di un’ansia importante. Un parere medico evita di sminuire o medicalizzare a vuoto.

In biblioteca ci siamo dati una regola non scritta: mai lasciare che passi un’intera settimana senza un’azione concreta. Anche piccola (cambio del posto, sorveglianza mirata alla ricreazione, affiancamento di un compagno “ponte”), ma tracciabile.

Attivare la rete: scuola, pari e istituzioni

Nel mio lavoro ho visto che la classe guarisce quando smette di essere spettatrice. I pari sono la chiave: serve un gruppo di compagni che offra appigli sociali sani. Per questo, durante il tavolo scuola-famiglia, propongo sempre attività di cooperazione con gruppi misti e il coinvolgimento dei “mediatori naturali” della classe (quelli ascoltati da tutti, non necessariamente i più bravi). In parallelo, lavorate con vostro figlio su un piccolo obiettivo: una ricreazione in compagnia, un laboratorio, un’uscita breve con un compagno fidato. Qui trovate spunti utili su come coltivare legami positivi tra i banchi, perché l’amicizia è spesso l’antidoto più veloce alla solitudine.

Dal lato istituzionale, ricordate che le scuole hanno un referente dedicato e protocolli interni. Le linee guida del Ministero dell’Istruzione e del Merito prevedono azioni di prevenzione, presa in carico e monitoraggio. Chiedete che il piano d’azione sia scritto: chi fa cosa, quando, con quali verifiche. Se il fenomeno coinvolge chat o social, la scuola può attivare incontri informativi e attività di alfabetizzazione digitale rivolte a tutta la classe e alle famiglie.

Un lettore, papà di due bambini, mi ha chiesto come reagire se l’altro genitore della controparte nega tutto. La risposta è: restate sul fatto, non sull’intenzione. Documentate, condividete con la scuola, concordate misure osservabili (ad esempio una presenza adulta nell’area zaini, una rotazione dei posti, regole di ricreazione chiare). Le alleanze arrivano più facilmente quando smettiamo di cercare colpevoli e iniziamo a costruire contesti sicuri.

Gli errori da evitare

  • Dire “ignora e vedrai che passa”. Se il bambino potesse ignorare, lo avrebbe già fatto. Delegare tutto alla sua resilienza carica una spalla già appesantita.
  • Spostarlo di scuola senza aver prima tentato un intervento. Il trasferimento può servire, ma come ultima ratio e con un progetto di inserimento. Altrimenti portiamo il problema altrove.
  • Affrontare i bambini coinvolti in modo diretto al cancello. Niente “chiarimenti” improvvisati: generano scontri tra adulti e mettono in mezzo i figli.
  • Usare i gruppi chat dei genitori per indagini e processi. Rischiate di esporre vostro figlio e di perdere controllo sul racconto.
  • Minimizzare di fronte al bambino. Frasi come “non è niente” insegnano a tacere. Meglio: “Ti credo, e lavoriamo perché questo finisca”.

Mi è capitato più volte di vedere bambini rifiorire in poche settimane: bastano adulti coordinati, regole chiare e occasioni concrete per fare esperienza di rispetto. Nella mia classica valigetta degli attrezzi metto sempre tre cose: un diario per i fatti, una storia da leggere insieme prima di dormire, un appuntamento già fissato con la scuola. Non risolvono tutto, ma illuminano la strada e dicono al bambino che non è solo. È da lì che si ricomincia.

Valentina Rossetti

Valentina ha lavorato per otto anni come coordinatrice di attività ludico-educative in una grande biblioteca civica di provincia. Appassionata di letteratura per l’infanzia, si è specializzata nell’ideare laboratori per i bambini delle scuole primarie. Racconta spesso come leggere ad alta voce abbia cambiato il modo in cui i bambini imparano.