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Inclusione degli alunni con difficoltà linguistiche: La soluzione che agevola tutta la classe

📅 26 Luglio 2026✍️ di Lorenzo Bastreghi⏱️ 7 min di lettura

La scena me la porto ancora addosso: un pomeriggio di pioggia, odore di pannelli bagnati nell’aula del doposcuola, e una palla gialla che rimbalza fra le mani dei bambini. Amir, arrivato da poche settimane, si ferma, mi guarda e chiede: “Come si dice passare… così?” Mima un lancio. Gli sorrido e rispondo: “Passare, proprio così”. Ripete la parola, poi la incolla a un gesto sicuro e la palla vola. In quel momento capisco che la lingua non è un muro, è un ponte da costruire a quattro mani. E che ogni volta che rinforziamo quel ponte per chi fa più fatica, lo rendiamo più solido per tutti.

Dalla parola al gesto: la lingua che nasce insieme

Quando la comprensione è incerta, i bambini osservano. Cercano indizi nel tono della voce, nella postura, negli occhi. È qui che la didattica può farsi accogliente. Al doposcuola, ho imparato a cominciare dalle mani: mostrare, disegnare, mimare. La parola arriva dopo, si appoggia all’esperienza, diventa memoria condivisa. In classe, questo significa collegare il lessico a compiti autentici: contare le matite mentre si apparecchia il banco per il laboratorio, nominare gli ingredienti preparando una semplice merenda, descrivere i passaggi mentre si costruisce un aquilone di carta. La lingua cresce dove c’è senso.

Ricordo la maestra Anna, in una seconda primaria piena di voci diverse, distribuire piccole “schede-chiave” con i verbi d’azione più frequenti della giornata. Ogni verbo aveva un disegno chiaro e uno spazio per la traduzione nella lingua di casa. Amir ne aveva una in tasca, la sfogliava come un mazzo di carte prima di intervenire. Non era un trucco per lui soltanto: in pochi giorni tutti la usavano per parlare con maggior precisione. La classe guadagnava ordine, e persino la timidezza di chi sapeva già l’italiano si scioglieva.

Strumenti semplici, impatto grande

L’idea è evitare strumenti speciali per qualcuno e proporre soluzioni utili a tutti. Una routine visiva all’ingresso, con tre icone per “oggi faremo”, guida il ritmo e abbassa l’ansia. Un glossario illustrato costruito in cooperazione, parola dopo parola, rende gli alunni protagonisti: c’è chi illustra, chi cerca esempi, chi traduce in arabo o in rumeno per i compagni. Quando un compito è spiegato anche per immagini, le consegne si fanno trasparenti e il tempo in classe si allunga dove serve davvero: sul pensiero, non sul decifrare.

Funziona bene anche la narrazione condivisa. Portare in aula fiabe e giochi tradizionali dei diversi Paesi crea occasioni di racconto in cui la lingua passa di mano in mano come la palla di Amir. Un giorno, con un gruppo di quarta, abbiamo intrecciato “Cappuccetto Rosso” con una storia balcanica in cui il lupo non mangia, ma impara una lezione di pazienza. Due versioni, due morfologie narrative, lo stesso filo: i bambini hanno imparato parole nuove senza accorgersene, interrogando le somiglianze tra trame e intenti.

In questo quadro, la metodologia CLIL permette di innestare la lingua in un contenuto significativo: scoprire i cicli della pioggia mentre si sperimenta con una vaschetta e un coperchio trasparente, verbalizzando pochi termini-chiave, fa sentire gli alunni parte di qualcosa di reale. Le parole non stanno sul margine del quaderno: si bagnano, si asciugano, circolano.

Valutare senza escludere

La valutazione è lo specchio della scuola che scegliamo. Se chiede a tutti la stessa prestazione linguistica, non misura l’apprendimento, ma la resistenza. Stabilire livelli, obiettivi intermedi e criteri espliciti cambia la prospettiva. Il riferimento al Quadro comune europeo di riferimento per le lingue aiuta a pensare per scale di competenza: posso ascoltare e riconoscere istruzioni semplici? Posso presentarmi e porre domande di routine? Posso raccontare una sequenza di azioni con supporti visivi?

Ricordo un’esperienza in quinta: per un progetto di scienze, invece di una relazione scritta uguale per tutti, abbiamo proposto tre vie di restituzione. Una mappa con icone e parole chiave, un audio di due minuti registrato sul tablet, o un breve testo con frasi modello da completare. Chi aveva più padronanza dell’italiano ha scelto il testo libero, chi era in percorso di apprendimento ha optato per l’audio con scaletta. Il criterio di valutazione era identico: chiarezza, correttezza dei termini, rapporto fra prove e risultati. Il voto, o meglio il giudizio, è diventato una bussola, non un marchio.

Rallentare non significa abbassare l’asticella. Significa permettere a ciascuno di spiccare il salto nel modo più efficace. Una rubrica condivisa, riletta in classe, offre sicurezza. Indicatori semplici, linguaggio trasparente, esempi autentici: quando gli alunni sanno che cosa si valuta, si sentono guardati con giustizia.

La comunità che educa

L’inclusione linguistica non è un’impresa solitaria. Nasce nella rete: la biblioteca di quartiere che fornisce albi bilingui, l’associazione dei genitori che organizza letture pomeridiane, la scuola che apre le porte ai mediatori culturali. In un doposcuola di periferia, avevamo attivato una “tavolozza delle lingue”: ogni settimana un genitore o un nonno presentava tre parole della propria lingua con una canzone o un gioco. Il patto era chiaro: nessuna traduzione forzata, ma curiosità condivisa. Alla fine del mese, le pareti restituivano un mosaico sonoro e visivo in cui anche l’italiano si rendeva più preciso, meno scontato.

Ricordo ancora Fatima, mamma di una mia ex alunna, arrivare con una filastrocca marocchina che scandiva i giorni della settimana. Ci ha regalato ritmo e sorriso, e i bambini hanno colto l’ordine temporale con una naturalezza insolita. Portare dentro la scuola ciò che abita fuori non è folklore: è pedagogia di contesto.

Tecnologia sì, ma con misura

Tablet, dizionari visuali, sintesi vocale, traduzione assistita: la tecnologia può essere una stampella preziosa se usata con criterio. Quello che funziona, in concreto, è rendere gli strumenti collettivi. Un “angolo audio” dove registrare letture lente e comprensibili, ascoltabili da chiunque prima di un compito. Un dizionario visuale digitale costruito insieme alla classe, con immagini scelte dagli alunni, che sostituisce le ricerche affannose all’ultimo minuto. La regola d’oro è non isolare: un device non deve inghiottire il bambino in una bolla silenziosa.

Mi ha colpito una volta un ragazzo che, abituato a tradurre tutto sul telefono, si è ritrovato senza rete. Panico. Gli ho proposto un patto: prima proviamo con i compagni, poi con le immagini in bacheca, infine con il dispositivo. Ha scoperto che la classe è un motore più affidabile del segnale. Da quel giorno, il telefono è tornato strumento, non ancora una volta muro tra lui e gli altri.

Lingua gentile, discipline più forti

Quando si ripulisce la lingua di consegne e spiegazioni, le discipline si irrobustiscono. Un problema di matematica detto con struttura chiara (“dati, domanda, procedura”) smette di sembrare una trappola di parole. Un compito di storia con linee del tempo visive e frasi modello permette di concentrarsi sulle connessioni, non sul lessico oscuro. La chiarezza non è banalizzazione: è precisione al servizio del pensiero.

In questi anni, ho visto crescere la fiducia di intere classi grazie a piccoli rituali. La “frase del giorno”, scritta su un cartellone e ripresa a fine lezione, serve a consolidare vocabolario e concetti. La “domanda gentile” – “Puoi ripetere più lentamente?” – diventa diritto e non imbarazzo. Sono micro-gesti che trasformano il clima, soprattutto quando sono i compagni a proporli e a custodirli.

Una volta ho chiesto a un gruppo di terza: “Che cosa vi ha aiutato di più quest’anno?” Mi aspettavo di sentir parlare di giochi o tablet; invece è uscito un coro semplice: “Capire bene cosa fare”. Questa è la promessa dell’inclusione linguistica: non aggiungere strati, ma togliere nebbia. E nella nebbia diradata, tutti camminano più dritti.

Alla fine dell’anno, Amir ha raccontato alla classe, con immagini e parole sue, la storia della sua città. C’erano errori, certo. Ma c’era soprattutto uno sguardo che teneva insieme suoni e significati, come quando lanciare la palla era un’impresa. Gli altri lo ascoltavano con attenzione vera. Qualcuno prendeva appunti sul lessico, qualcun altro faceva domande. Era la stessa palla gialla di quel pomeriggio di pioggia, passata di mano in mano finché la lingua è diventata gioco, progetto, strada comune. E io, in fondo all’aula, ho pensato che la soluzione migliore è spesso la più semplice: imparare a parlare, e ad ascoltarci, insieme.

Lorenzo Bastreghi

Lorenzo ha gestito per oltre dieci anni un doposcuola in un centro di quartiere, seguendo bambini con difficoltà di apprendimento. Ex mediatore culturale, utilizza storie e giochi tradizionali per avvicinare studenti di differenti origini. Ama condividere aneddoti sulle sfide e i successi vissuti tra i banchi.