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Stili di apprendimento nei bambini: l’errore che blocca il rendimento in classe

📅 9 August 2026✍️ di Lorenzo Bastreghi⏱️ 7 min di lettura

Quando arrivò al doposcuola con il quaderno piegato in quattro, Amir aveva lo sguardo basso e le mani impiastricciate d’inchiostro blu. In classe, mi disse, avevano letto un racconto di viaggio; lui, per capirci qualcosa, aveva disegnato una mappa con frecce e colori. La maestra lo aveva invitato a riporre i pennarelli: «Ascolta, non distrarti». Qualche giorno dopo prese un voto scarso nella verifica. «Se non mi fanno disegnare, le parole scappano», sospirò. Ricordo che, mentre parlava, sistemavo i suoi fogli come si raddrizzano i rami giovani di un albero: con delicatezza, senza spezzarli. Quella scena mi accompagna ogni volta che sento parlare, con eccessiva sicurezza, di “bambini visivi” o “uditivi”.

La trappola delle etichette

Per anni anche io, nel tentativo di aiutare, ho provato a indovinare chi avesse bisogno di schemi e chi di letture ad alta voce. Ma un pomeriggio, giocando a trasformare i verbi in una partita di carte con due gemelle tanto simili quanto diverse, mi sono accorto che non erano i “loro stili” a guidare l’apprendimento: era il compito stesso a suggerire il canale migliore. Se dovevano ricordare una sequenza, il ritmo delle parole le aiutava; se bisognava collegare cause ed effetti, le frecce e i colori vincevano. Non erano gabbie individuali, erano porte da aprire al momento giusto.

L’errore che spesso blocca il rendimento, dunque, non è ignorare gli stili, ma trasformarli in caselle rigide. Etichettare un bambino come “visivo” può significare, in pratica, togliergli esperienza con la parola ascoltata o con il gesto che costruisce il significato. È come pretendere di allenare un giovane portiere facendogli parare solo tiri rasoterra: quando la palla si alza, tutto crolla.

Una questione di compiti, non di etichette

Se ci pensiamo, nessuno di noi legge una mappa allo stesso modo in cui assapora una poesia. Ogni attività chiama strumenti differenti. A scuola, però, il rischio è costruire routine che privilegiano un solo canale, quasi sempre la lezione frontale. Quando facciamo questo, chi apprende con maggiore efficacia attraverso immagini, manipolazioni, movimenti o dialoghi si trova con una strada sbarrata, e il voto inizia a riflettere più la distanza dal metodo che la comprensione reale.

Con i bambini che ho seguito, il salto di qualità arrivava quando smettevamo di chiedere: «Sei visivo o uditivo?» e iniziavamo a domandarci: «Di cosa ha bisogno questa conoscenza per diventare chiara e stabile nella tua testa?». In quell’istante, le attività si moltiplicavano: si disegnavano linee del tempo con spago e mollette, si batteva il ritmo delle tabelline, si costruivano piccoli teatri di cartone per raccontare o si registravano voci per riascoltare.

Cosa dicono le evidenze

La ricerca internazionale ha più volte messo in dubbio che adattare l’insegnamento al presunto “stile” individuale migliori davvero il rendimento. Quello che, invece, trova sostegno è l’uso strategico di più canali in base al contenuto, con pratiche che favoriscono il recupero attivo delle informazioni, la ripetizione diluita e la connessione tra rappresentazioni diverse. In altre parole, non un vestito cucito sulla persona, ma un guardaroba ricco tra cui scegliere a seconda del clima dell’argomento.

Questo non significa ignorare le preferenze o la storia di ciascun alunno, né dimenticare chi ha necessità certificate. La scuola italiana, con la cornice della Legge 170/2010, riconosce i disturbi specifici dell’apprendimento e promuove misure di personalizzazione. Ma personalizzare non vuol dire ridurre l’esperienza a un solo canale: vuol dire offrire alternative efficaci, strumenti compensativi e verifiche che misurino la competenza senza inciampare nell’ostacolo formale.

Quando nella mia stanza comparivano bambini che “non ascoltavano”, spesso scoprivo che, messi davanti a una storia illustrata da ricostruire o a una mappa concettuale da completare, la loro voce tornava limpida. Era la prova pratica che più strade conducono alla stessa comprensione. Per approfondire come sfruttare al meglio i diversi canali, può essere utile una guida ragionata sulle differenze tra approcci visivi e uditivi nella didattica quotidiana, così da scegliere consapevolmente lo strumento giusto al momento giusto.

Dalla teoria alla pratica: una classe che respira

Ricordo una quarta primaria in cui la storia di Roma sembrava un muro. All’inizio si facevano solo letture e riassunti. Poi, con l’insegnante, abbiamo introdotto un “mercato delle idee”: in un angolo mappe e immagini, in un altro mini-podcast registrati dai bambini, su un tavolo statuine di carta per simulare battaglie e alleanze. Le interrogazioni non cambiarono soltanto nel punteggio medio, ma nel tono delle voci: più ferme, più curiose. Nessuno era inchiodato al proprio “stile”; tutti potevano attraversare i contenuti passando da un linguaggio all’altro.

Ciò che stava funzionando aveva un nome semplice: varietà intenzionale. Non un caleidoscopio casuale, ma una progettazione in cui ogni passaggio aveva un perché. Quando costruisci una mappa, espliciti relazioni; quando registri un racconto, lavori sul ritmo e la memoria a breve termine; quando manipoli materiali, investi nella comprensione concreta. Insieme, questi passaggi tengono accesa la mente e, grazie alla Neuroplasticità, rafforzano circuiti diversi che tornano utili alla prova dei fatti.

In molte scuole si teme che questa ricchezza costi troppo tempo. In realtà, una volta rodata, fa risparmiare riletture sterili e riduce l’ansia da verifica. E offre una finestra su talenti che la pagina muta non svela: il bambino silenzioso che costruisce un modello perfetto del Tevere con plastilina blu; la compagna che, con due frasi chiare, spiega una mappa e permette a tutti di fissare i nessi causa-effetto.

Il nodo dell’aspettativa

Dietro l’errore delle etichette c’è spesso una buona intenzione: voler capire in fretta, dare una risposta. Ma l’aspettativa, quando è stretta, diventa profezia. Se ripetiamo a un alunno che è “uditivo”, tenderà a scansare il quaderno; se lo consacriamo “visivo”, eviterà la discussione orale. Così perdiamo occasioni di crescita e alleniamo la dipendenza da una sola via, che sotto stress rischia di rompersi.

Negli anni ho imparato a usare una frase che apre spazio: «Proviamo un’altra via e vediamo cosa succede». Pronunciarla di fronte a un insuccesso, o prima di un compito nuovo, abbassa la soglia di frustrazione e allarga il repertorio. A volte basta variare la consegna, altre volte aggiungere un supporto. L’importante è che il bambino senta che l’errore non è “suo”, ma del percorso, e che il percorso si può cambiare.

Strumenti che aiutano davvero

Non servono laboratori futuristici. Bastano quaderni divisi in sezioni per parole-immagini-suoni, tabelle per l’autoverifica, registratori del telefono per riascoltare una spiegazione chiave, schemi con spazio bianco dove disegnare connessioni e perfino il corridoio della scuola per misurare con i passi una linea del tempo. Quando questi strumenti entrano con naturalezza nella routine, non sono più “eccezioni” per chi fatica, ma risorse di tutti.

Se volete esplorare come combinare canali sensoriali in modo strutturato, trovate chiarito con esempi concreti i vantaggi dell’apprendimento multisensoriale per lo sviluppo globale, un approccio che evita gli irrigidimenti e alimenta comprensione profonda.

Valutare senza ingabbiare

Ogni volta che un bambino capisce davvero, lo vedi dagli occhi che si illuminano e dall’aria che si fa più leggera. La valutazione dovrebbe intercettare quella luce, non spegnerla. Strumenti come rubriche trasparenti, prove con più step e consegne che accettano prodotti diversi (testo, mappa, registrazione) permettono di misurare ciò che conta: la qualità dei collegamenti, la chiarezza dell’argomentazione, la precisione dei dati. Così, lo stile non è più etichetta ma trampolino.

Penso ad Amir, che qualche mese dopo quella verifica andata storta tornò con una mappa disegnata da lui, ma stavolta concordata con l’insegnante e usata come base per un breve racconto orale. Non era diventato “più uditivo” né “più visivo”. Aveva, semplicemente, trovato il modo di far dialogare segni e parole. E la sua media, curiosamente, si era alzata senza drammi, come una marea tranquilla.

Se c’è una lezione che porto dal mio doposcuola, è che le storie dei bambini non amano le corsie preferenziali. Hanno bisogno di incroci, di rotatorie, di sentieri laterali. La scuola che funziona non chiede: «Tu di che stile sei?», ma propone strade e, camminando, insegna a scegliere. Quando rivedo Amir oggi, più alto di me e con la solita penna blu tra le dita, penso a quel primo quaderno piegato. E mi piace credere che, nel suo modo di studiare, ci sia ancora quella mappa iniziale, non come gabbia, ma come bussola.

Lorenzo Bastreghi

Lorenzo ha gestito per oltre dieci anni un doposcuola in un centro di quartiere, seguendo bambini con difficoltà di apprendimento. Ex mediatore culturale, utilizza storie e giochi tradizionali per avvicinare studenti di differenti origini. Ama condividere aneddoti sulle sfide e i successi vissuti tra i banchi.