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Come accogliere un alunno straniero a metà anno: il primo gesto che conta

📅 20 Agosto 2026✍️ di Lorenzo Bastreghi⏱️ 6 min di lettura

Mi ricordo ancora il viso di Marco il giorno in cui varco per la prima volta la porta della terza elementare. Arrivava dalla Moldavia a febbraio, quando l’anno scolastico era già a metà e i compagni avevano già costruito le loro alleanze, i loro giochi, le loro abitudini. La madre lo stringeva per mano, incerta, lo sguardo ricco di speranza ma anche di preoccupazione. L’insegnante lo accolse con un sorriso, ma fu il primo gesto dopo quel sorriso a fare davvero la differenza: le affidò una penna e il suo quaderno personale, per fargli copiare il suo nome sulla carta.

Quel gesto semplice, quasi banale, conteneva tutto ciò che un bambino straniero ha bisogno di sentire quando arriva a metà anno. Non era un foglio di benvenuto stampato, non era una procedura amministrativa, era un invito a diventare parte di quella comunità. Era dire: “Tu hai un nome, è importante, e voglio che tutti lo imparino.” Dopo più di dieci anni passati a gestire un doposcuola in un centro di quartiere, ho visto come i primi gesti contino enormemente più delle migliori politiche. Contano più dei materiali didattici sofisticati, più dei progetti ben finanziati. Contano perché creano lo spazio emotivo dentro il quale il resto della accoglienza può svilupparsi.

Il primo giorno come battaglia invisibile

Quando un alunno straniero entra a scuola a metà anno, affronta in realtà una doppia sfida. Non solo deve imparare una lingua nuova, il sistema scolastico italiano, le procedure e le aspettative, ma deve farlo mentre già tutti gli altri hanno trovato il loro posto. I gruppi si sono formati. Gli insegnanti hanno già capito chi ascolta, chi è vivace, chi fatica. Aggiungere una persona nuova a questo equilibrio richiede sensibilità, non solo da parte degli adulti, ma da parte di tutta la comunità scolastica.

Ho visto insegnanti che pensavano fosse sufficiente fornire un compagno di banco. Ho visto dirigenti che credevano che bastasse un breve corso di italiano. Tutte cose utili, intendiamoci, ma che non toccano il cuore della questione. Un bambino che arriva a metà anno ha soprattutto bisogno di sentirsi accolto come persona, non come un problema da risolvere. Ha bisogno che qualcuno riconosca il coraggio che sta mostrando, il fatto stesso di essere lì, in una classe dove non conosce nessuno, in una lingua che non capisce completamente.

Riconoscere il valore di ciò che il bambino porta con sé

Durante gli anni da mediatore culturale, ho imparato che ogni bambino straniero è un portatore di ricchezza che la classe non possiede. Non parlo solo di culture diverse, anche se questo conta. Parlo di prospettive, di storie, di modi di vedere il mondo. Il primo gesto che conta non è quindi quello che cala dall’alto, ma quello che riconosce il valore di ciò che il bambino già possiede.

Uno dei momenti più toccanti che ricordo riguarda Amira, una bambina che arrivò dalla Siria con la sua famiglia a gennaio. Il suo insegnante di storia chiese ai bambini di raccontare una tradizione della loro famiglia. Quando toccò ad Amira, lei raccontò come sua nonna preparava un piatto particolare durante le festività. Non era una lezione di storia, ma in quella storia c’era tutto: il legame con le radici, la memoria familiare, la continuità. Gli altri bambini ascoltarono come non avevano mai ascoltato nessun altro. E Amira, per la prima volta, non era “la nuova della Siria”, era semplicemente Amira con le sue storie.

Questo è il primo gesto che conta: lasciare che il bambino contribuisca, che porti qualcosa di sé nella classe. Non come ospite passeggero, ma come membro che ha qualcosa da offrire. Naturalmente, questo richiede una preparazione consapevole della comunità scolastica nel creare spazi di vera inclusione, perché l’accoglienza sincera non accade per caso.

Il ruolo silenzioso della routine e del rituale

Tra le cose che ho notato nel lavoro di doposcuola è come i bambini stranieri trovino conforto nella routine. Quando tutto intorno è nuovo e confuso, una sequenza di azioni prevedibili diventa un ancora. Per questo il primo gesto che conta include anche la creazione di piccoli rituali che il bambino possa riconoscere e comprendere, persino se non capisce tutte le parole.

Ho visto insegnanti che dedicavano i primi cinque minuti della giornata a insegnare una canzoncina semplice, sempre la stessa, ai bambini stranieri appena arrivati. Non era una lezione di italiano formale, era un modo per dire: “Questo è quello che facciamo qui, tu sei parte di questo, puoi farcela.” Il bambino si sentiva incluso non perché capiva le parole, ma perché partecipava allo stesso rituale di tutti gli altri.

I giochi tradizionali hanno avuto un ruolo sorprendente in questo. In tanti anni da mediatore, ho notato come un gioco semplice come “Uno,” “Ruba Mazzetto” o anche solo “Morra” potessero diventare il primo linguaggio comune. Non c’è bisogno di molte parole per giocare. C’è bisogno di capire le regole e di sentirti parte della squadra. E quando il bambino straniero vince la prima volta, qualcosa cambia in lui. Il sorriso che accetta la vittoria è il sorriso di chi sente che appartiene a quel posto.

La preparazione invisibile dietro il primo gesto visibile

Non voglio dare l’impressione che il primo gesto sia spontaneo, che basti la buona volontà. Dietro al gesto che conta c’è sempre una preparazione che non si vede. L’insegnante che accoglie il bambino con il quaderno e la penna ha probabilmente già contattato la famiglia, ha già cercato di capire qualcosa della storia del bambino, ha già riflettuto su come integrare questa nuova persona nel dinamismo della classe.

La questione della inclusione dei bambini stranieri con difficoltà linguistiche richiede però un approccio che vada oltre il primo giorno. Per questo motivo, è importante conoscere le soluzioni educative che supportano il bambino nel suo percorso di apprendimento, non solo il suo primo inserimento.

Ho sempre creduto nel metodo Educazione Inclusiva, che riconosce come ogni bambino abbia bisogni diversi e diritto a un ambiente che rispetti questa diversità. Non è una questione di pietà o di fare uno strappo alle regole, è una questione di riconoscere che il diritto all’istruzione esiste per tutti, indipendentemente da dove si arriva o che lingua si parli a casa.

L’eredità del primo gesto

Anni dopo aver perso i contatti con Marco, ricevetti una foto da sua madre. Marco stava ricevendo un premio a scuola per un suo disegno. Nel retro della foto, aveva scritto una frase in italiano un po’ stropicciato: “Adesso mi piace la scuola.” Quella frase conteneva tutto ciò che il primo gesto aveva permesso di iniziare. Non era stato il gesto stesso a cambiargli la vita, ma aveva aperto la porta a una possibilità.

Quando accogliamo un bambino straniero a metà anno, ricordiamoci che non stiamo solo adempiendo a un obbligo amministrativo. Stiamo permettendo a una nuova persona di diventare parte della nostra comunità scolastica. Il primo gesto che conta è quello che dice senza parole: “Tu sei benvenuto qui, tu sei importante, il tuo nome ha valore.” Tutto il resto segue naturalmente da lì.

Lorenzo Bastreghi

Lorenzo ha gestito per oltre dieci anni un doposcuola in un centro di quartiere, seguendo bambini con difficoltà di apprendimento. Ex mediatore culturale, utilizza storie e giochi tradizionali per avvicinare studenti di differenti origini. Ama condividere aneddoti sulle sfide e i successi vissuti tra i banchi.