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Giochi strutturati per bambini con autismo: quelli che aprono al contatto sociale

📅 24 Agosto 2026✍️ di Lucia Bonanomi⏱️ 6 min di lettura

Chi vuole facilitare l’incontro tra bambini nello spettro autistico e coetanei ha oggi una chiave concreta: giochi con regole chiare, tempi prevedibili e ruoli definiti. Negli ultimi mesi, complice l’arrivo dei centri estivi e il bisogno di attività inclusive, scuole e famiglie cercano proposte pratiche. Dove si applicano? A casa, in classe, in oratorio o al parco. Perché funzionano? Perché riducono l’ansia da imprevisto e offrono una cornice sicura per comunicare. Scrivo da giornalista e madre che ha imparato, insieme ad altri genitori, che la struttura non toglie libertà: apre porte.

Perché la struttura facilita l’incontro

L’autismo è una condizione del neurosviluppo con profili molto diversi tra loro. Ciò che spesso accomuna i bambini è il bisogno di prevedibilità e di canali comunicativi leggibili. Secondo le linee di salute pubblica della Organizzazione Mondiale della Sanità, attività brevi, sequenziali e supportate da strumenti visivi abbassano il carico cognitivo e lasciano spazio al contatto.

“Strutturare non significa irrigidire, ma rendere chiaro cosa succede adesso e cosa dopo, chi fa cosa e quando è il proprio turno”, spiega un terapista occupazionale che segue gruppi misti in una primaria milanese. Turni, ruoli e obiettivi visibili (cartellini, timer, immagini) sono gli “scalini” che permettono a molti bambini di salire verso l’interazione.

A scuola questo approccio cammina di pari passo con la didattica inclusiva: routine ripetibili, giochi a coppie e piccoli gruppi, feedback immediato. Chi progetta laboratori può trarre spunti da pratiche di integrazione quotidiana alla primaria, che aiutano a trasformare ogni momento in un’occasione di partecipazione reale.

Le regole d’oro prima di iniziare

  • Definire l’obiettivo sociale: uno sguardo condiviso? Uno scambio di oggetti? Un turno in più rispetto alla volta scorsa? Un solo obiettivo per sessione è sufficiente.
  • Stabilire tempi brevi: 5-8 minuti per gioco, poi pausa. Un timer visivo rende il tempo “tangibile”.
  • Preparare ruoli chiari: chi lancia, chi raccoglie; chi costruisce, chi passa i pezzi; chi disegna, chi detta. I ruoli possono ruotare a ogni round.
  • Usare supporti visivi: sequenze con immagini, carte “il mio turno/il tuo turno”, tabelline delle ricompense con rinforzi naturali (applauso, foto del risultato, mini-gadget sensoriale).
  • Curare la regolazione sensoriale: scegliere materiali morbidi, luci non invadenti, ridurre rumore di fondo; predisporre un angolo “respiro”.
  • Stabilire segnali di stop condivisi: un cartellino rosso o un gesto concordato per fermare, uno verde per riprendere.
  • Documentare i progressi: due numeri bastano (quanti turni mantenuti, quante richieste spontanee). La misurazione motiva e guida gli aggiustamenti.

Nel contesto italiano, quadro di riferimento resta la Legge 104/1992, che promuove interventi individualizzati e il coinvolgimento del gruppo classe: principi utili anche quando l’interazione passa per un gioco di cinque minuti ben progettato.

Sette giochi che aprono al contatto

  1. Costruzioni a ruoli. Un bambino è “architetto” (sceglie la carta-modello), l’altro “fornitore” (passa i pezzi richiesti). Perché funziona: trasforma la richiesta in un atto sociale e crea dipendenza positiva, senza competizione.
  2. Memory cooperativo. Si gioca in coppia contro il tempo, non uno contro l’altro. Ogni volta che si gira una carta, si verbalizza o si indica con il simbolo corrispondente. Perché funziona: condivisione dell’attenzione e turni prevedibili.
  3. Percorso senso-motorio a staffetta. Due postazioni, sequenza di tre azioni (salto, lancio morbido, “batti cinque”). Perché funziona: alternanza rapida, gratificazione immediata, contatto fisico consensuale e codificato.
  4. Telefono delle immagini. Una breve sequenza visiva (tre vignette) da riprodurre passando il foglio al compagno che aggiunge un dettaglio. Perché funziona: ogni contributo è necessario, l’attenzione congiunta cresce.
  5. Giochi ritmici di chiamata-risposta. Con tamburelli o mani: uno propone un ritmo semplice, l’altro replica; poi si scambia. Perché funziona: la musica sincronizza, i turni sono naturali, la voce non è obbligatoria.
  6. Barrier game con mappe. Due giocatori hanno la stessa mappa, separati da un cartoncino; uno dà istruzioni per posizionare simboli, l’altro esegue. Perché funziona: comunicazione funzionale e verifica immediata del risultato.
  7. Mini-role play con script visivi. Scambio al chiosco: “Ciao” – “Vorrei” – “Ecco a te” – “Grazie”. Si parte da quattro battute e si varia un solo elemento (colore, quantità). Perché funziona: copione chiaro, ripetizione significativa.

Attenzione a due rischi frequenti: sovraccaricare di regole e trasformare il gioco in interrogazione. Meglio due istruzioni buone che dieci parole di troppo. Utile anche interrogarsi su l’errore che spesso frena il coinvolgimento, come proporre attività già “chiuse” dove non c’è spazio per entrare.

Misurare i progressi e coinvolgere il gruppo

La valutazione non deve spaventare: bastano poche metriche, tracciate su un foglio a quadretti. Quanti turni sostenuti senza sollecito? Quante richieste o risposte spontanee? Quanto tempo di attività condivisa prima della pausa? Un grafico semplice settimanale rende visibile l’andamento e aiuta a tarare la difficoltà.

Il gruppo dei pari è la risorsa più potente. Un compagno-tutor può tenere il timer, un altro consegnare le carte-turno. Se ogni bambino ha un micro-ruolo, l’interazione non grava tutta sulle spalle di chi fatica. Nei gruppi di aiuto compiti che ho coordinato, distribuire i ruoli in anticipo (chi legge, chi incolla, chi verifica) ha ridotto conflitti e, nel tempo, abbassato la soglia di accesso al dialogo.

Casa, scuola e centri estivi: adattare il contesto

Con l’arrivo dell’estate e l’aumento del tempo libero, conviene predisporre una “borsa del gioco” con timer, carte “turno”, qualche strumento musicale e materiali preferiti dal bambino. A scuola, meglio agganciare i giochi a routine già esistenti (accoglienza, intervallo, rientro in classe): cinque minuti di gioco strutturato all’inizio dell’intervallo spesso contengono l’esplosione di energia e aprono a scambi spontanei dopo.

Nei centri estivi, i giochi a staffetta cooperativa sono perfetti se brevi e ben segnalati; lo stesso vale per i “laboratori scambio” dove ognuno apporta un pezzo al prodotto finale (un collage, una pista, un plastico). L’ambiente fa la differenza: ridurre la competizione, premiare i comportamenti di aiuto reciproco, visualizzare i ruoli su una lavagna.

Attenzione alle differenze sensoriali

Non tutti i materiali o i suoni sono tollerati nello stesso modo. Il bello dei giochi strutturati è che possono essere personalizzati: dal tipo di carta da toccare al volume degli strumenti, dalla distanza tra i compagni alla luce nella stanza. Segnali precoci di sovraccarico (mani sulle orecchie, torsione del busto, sguardo sfuggente) vanno letti come richieste di pausa, non di insistenza. La “rete di sicurezza” – un cuscino preferito, un oggetto calmante, un’uscita concordata – rende sostenibile l’esperienza.

Nella mia esperienza di madre e di facilitatore in piccoli gruppi, quando i giochi hanno un inizio riconoscibile, una fine visibile e un motivo per stare insieme, i bambini con profili diversi si incontrano davvero. La struttura, lungi dall’essere un recinto, diventa un ponte: si attraversa in due, un passo ciascuno, finché la fiducia fa il resto.

Lucia Bonanomi

Lucia ha seguito il figlio con difficoltà scolastiche e, dopo aver collaborato con altri genitori, si è dedicata all’organizzazione di gruppi di aiuto compiti. Nei suoi articoli riflette sulle strategie che le hanno permesso di creare un ambiente di apprendimento sereno a casa e in quartiere.